L’inibizione e il ponte levatoio

Durante l’estate del 2012 ho partecipato come allievo a un workshop di musica improvvisata ad Amsterdam. Le lezioni si tenevano al Conservatorio, una bellissima struttura di una decina di piani, esternamente tutta in vetro, da cui si gode una splendida vista sui canali.

Durante le presentazioni con gli altri allievi dissi ad alcuni di essere, oltre che musicista, anche insegnante di Tecnica Alexander. Molti dissero di conoscere questo metodo e la cosa mi stupì positivamente, soprattutto perché sembra che in gran parte l’avessero incontrato durante i loro studio nei Conservatori.

A metà settimana, dopo pranzo, mi si avvicinò una sassofonista che frequentava il corso ma con cui non avevo avuto ancora modo di parlare molto. Mi disse che stava avendo grossi problemi di tensione e dolori nelle braccia, cosa che le impediva di suonare nel pieno delle sue capacità, e le avevano riferito che ero un insegnante di Tecnica Alexander e avrebbe avuto bisogno di una lezione. Accettai con piacere.

Mi feci aprire una stanza e utilizzammo il tavolo per guidarla nella pratica del Constructive Rest. Dopo dieci o quindici minuti di lavoro guardai fuori verso i canali e mi sorpresi: vidi per la prima volta, in quei giorni ad Amsterdam, un piccolo ponte levatoio che si sollevava. Era emozionante, una parte di me era completamente affascinata da quello spettacolo (ancora oggi sorrido a quel ricordo). Sentivo questa emozione, questo forte stimolo che portava la mia attenzione al di fuori della stanza in cui mi trovavo. E pensai che quello stimolo poteva essere utilizzato per spiegare in modo chiaro, alla musicista che stavo guidando, in cosa consiste il principio di sospensione conscia di una reazione abituale ed istintiva a uno stimolo, quella che nell’Alexander definiamo inhibition. Sapevo di prendere un rischio, pensando che avrei potuto ritrovarmela seduta a guardare fuori l’istante dopo aver sentito che c’era un ponte che si stava alzando e che lei non vedeva. Ma sapevo che conosceva i principi del metodo. Le dissi quindi cosa stava accadendo ma le dissi anche, subito dopo, di ascoltare quali erano le reazioni che si stavano creando il lei, quali erano i movimenti che d’istinto il suo corpo avrebbe voluto compiere: ruotare la testa in direzione della vetrata, girarsi su un fianco, alzarsi in piedi. Le chiesi di osservarsi e di sospendere ogni reazione. E, mentre continuava a pensare che a pochi metri c’era un ponte levatoio in moto, di rinnovare le indicazioni, le direzioni, che il suo corpo necessitava per liberarsi dalle tensioni che lo attraversavano. Le dissi che ogni tanto, mentre improvvisava e riceveva molti idee e stimoli dall’esterno, avrebbe potuto pensare al ponte levatoio. Avrebbe così potuto fare un piccolo passo indietro, osservare le sue spalle, le braccia, la mandibola, liberandosi dall’obiettivo di correre dietro a tutto ciò che le succedeva intorno potendosi quindi esprimere con maggior libertà. Funzionò.

Allo stesso modo, chiunque ogni tanto può pensare a quel ponte levatoio, decidendo di non buttarsi subito a capofitto su un obiettivo che abbiamo lì, a due passi, ma ascoltando prima sé stessi per cercare di raggiungerlo nel migliore dei modi.

Andrea Bolzoni mSTAT

mail: alexander.rogoredo@gmail.com

tel: 328 9730108

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